La Storia della valle

I più antichi reperti della grotta di Costa Cavallina sopra Clanezzo fanno risalire la presenza dell'uomo in Valle Brembana ad almeno 10-12.000 anni fa.
Ossa, selci e suppellettili, sempre ritrovate nelle grotte attorno a Zogno, inducono a pensare a sporadiche frequentazioni di cacciatori, consolidatesi in stanziamenti fissi solo nel successivo periodo del neolitico, in cui prende campo un'economia agricola e pastorale che si afferma con sicurezza nell'età del Bronzo. .
Col progredire della civiltà si ha notizia anche dello sfruttamento delle vene minerarie, particolarmente lungo il crinale tra Dossena e Serina e, più tardi, nei bacini di Valtorta, Valleve, Carona e Fondra.
Sorgono così le prime comunità, strategicamente arroccate lungo quelle alte vie che per secoli costituiranno le principali direttrici d'accesso alla valle fin quando si adotterà l'alternativa penetrazione lungo il basso corso del Brembo superando le strettoie di Sedrina e della Botta.
Probabilmente il cristianesimo, che più tardi consacrerà a Dossena la prima chiesa della valle, fu introdotto in epoca romana dai condannati "ad metalla" che lavoravano presso le miniere di Vaccareggio.
Anche le invasioni barbariche sospinsero in valle parte delle genti che fuggivano impaurite dalla pianura.
La loro aggregazione attraverserà il periodo feudale, sotto l'influenza ecclesiastica, per approdare alle più attive e dinamiche autonomie comunali.
La Signoria Viscontea, interessata alla valle esclusivamente per l'esazione di tributi, istituì a Serina la sede del vicariato amministrativo che aveva ampia giurisdizione in base allo Statuto di Valle Brembana approvato assieme a quelli di Taleggio, Valtorta e Averara.
Questo periodo, teatro delle lotte tra Guelfi e Ghibellini che davano continuamente adito alle scorrerie di bande e fazioni rivali, fu anche funestato da gravi carestie e pestilenze.
Calamità che purtroppo non mancarono di affliggere la valle anche al tempo della successiva dominazione veneta instauratasi nel 1428.
Tra tutte fu terribile la peste del 1630 che ridusse di un terzo la popolazione residente.
La stabilità del governo veneziano, destinato a durare per quasi quattro secoli sino all'avvento dei Francesi e poi degli Austriaci, diede comunque respiro alle comunità locali, la cui fedeltà era peraltro necessaria alla Serenissima per creare  un cuscinetto di sicurezza da frapporre all'influenza dello Stato di Milano.
Sempre in quest'ottica Venezia avviò, a spese dei nostri comuni, la costruzione della Priula, che attraverso il Passo di San Marco raggiungeva la Valtellina e i Grigioni senza sottostare ai dazi milanesi.
Anche se la Priula non raggiunse mai la competitività di una via internazionale, soprattutto per le difficoltà logistiche del tracciato, cominciando dall'impraticabilità invernale del Passo San Marco, per il benessere della valle fu senz'altro un ottimo incentivo alla produttività economica e commerciale.
L'unico lato negativo era legato al fatto che la strategia militare di Venezia prevedeva che per questa via transitassero anche, in caso di necessità, le truppe mercenarie arruolate oltralpe, la cui venuta era purtroppo sinonimo di ruberie, soprusi e contagi pestilenziali.
Alla fine del '700 le idee liberali della rivoluzione francese, salutate nella città di Bergamo, e da qualcuno anche in valle, con l'erezione dell'albero della Libertà, aprirono le porte ai Francesi e segnarono il declino di Venezia che non si oppose all'usurpazione del territorio bergamasco.
Sotto certi aspetti furono più perplessi ed ostili, ma invano, proprio i cittadini delle valli che vedevano in pericolo i benefici statutari precedentemente acquisiti.

L'orgoglio di chiamarsi cittadini anziché sudditi durò poco ed in effetti il peso dell'occupazione si fece sentire, sia ad opera dei Francesi prima, sia con gli Austriaci poi.
Nè, del resto, si potevano aspettare particolari gratificazioni dagli eserciti stranieri occupanti; anche se bisogna dare atto al governo del Lombardo Veneto di avere investito nel miglioramento dell'assetto viario parte dei tributi raccolti.

Le guerre d'indipendenza (per cui Bergamo è ricordata con orgoglio come la "città dei mille" al seguito di Garibaldi) e la conseguente proclamazione dell'unità d'Italia segnarono gradualmente l'avvio delle riforme verso uno stato sovrano e democratico che oggi si riconosce nella Costituzione della Repubblica Italiana.